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Amazon e la sfida delle energie rinnovabili

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Scritto da Angela

Il raggiungimento degli obiettivi climatici ha scalato rapidamente la classifica delle priorità nelle agende di quasi tutti i governi del mondo, tuttavia lo stato attuale dei nostri sistemi economici ci mette di fronte a una verità più complessa: è impossibile raggiungere la neutralità climatica senza l’impegno delle grandi multinazionali. Di fatto, entità come Amazon o Alphabet hanno ormai un potere economico equiparabile a quello di una nazione e possono quindi accedere a risorse, finanziare progetti e negoziare accordi che hanno il potere di fare la differenza, in positivo o in negativo. Sicuramente si avvicina il momento in cui dovremo considerare le ramificazioni di questo stato di cose, ma nel frattempo possiamo analizzare il modo in cui alcune grandi aziende utilizzano questo potere. L’esempio più eclatante in questo senso è senza dubbio quello di Amazon – una delle poche multinazionali ad avere enormemente accresciuto i propri guadagni anche durante la crisi pandemica. La creatura di Jeff Bezos, nel 2020, è diventato il principale acquirente di energie rinnovabili al mondo e punta a obiettivi climatici interni incredibilmente ambiziosi.

Amazon e il Climate Pledge

Avete mai sentito parlare del Climate Pledge? In Italia questo nome ha avuto un’eco minore che altrove, ma la sua importanza nei prossimi anni potrebbe crescere non poco. Si tratta di un accordo per cui Amazon e Global Optimism si impegnano a raggiungere gli obiettivi climatici del protocollo di Parigi con dieci anni di anticipo, arrivando essere “carbon neutral”, ovvero a ridurre o controbilanciare del tutto le emissioni di CO2 entro il 2040. Questo dovrebbe farci riflettere: il 2050 è la data che gli Stati hanno ritenuto ragionevole per un accordo internazionale, ma due colossi economici privati ritengono di essere in grado di battere quel tempo di un’intera decade. D’altra parte, se pensiamo alle dimensioni dell’operatività della sola Amazon, l’idea che l’azienda arrivi ad alimentarsi al 100% con energie rinnovabili ci appare per quello che è: un obiettivo incredibilmente ambizioso la cui realizzazione potrebbe avere un impatto significativo su molti paesi del mondo. E a questo obiettivo l’azienda di Bezos ritiene di poter arrivare addirittura nel 2025.

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Acquisti e investimenti

Amazon non si limita ad acquistare energie rinnovabili, ovvero ad alimentare le proprie strutture con fonti pulite, ma ha scelto anche di investire in progetti relativi alle rinnovabili in tutto il mondo, concentrandosi soprattutto sull’eolico e sul solare, ma anche sull’idrogeno verde e su tecnologie più sperimentali. Al momento, Amazon supporta progetti che generano oltre 6.9 GW producendo energia per oltre 20 milioni di Mwh ogni anno. Fra questi ci sono circa 20 impianti a energia solare e 15 eolici sparsi per tutta l’Europa, Italia compresa. Inoltre, nella sua sede irlandese di Dublino, l’azienda sperimenta sulle forniture di energia riciclata da grandi strutture, che può essere riusata per la distribuzione alle utenze private e commerciali nelle vicinanze. In Inghilterra, Amazon possiede il più grande impianto a energia solare d’Europa, grande come quasi 30 campi da calcio e in grando di fornire energia a 700 unità abitative all’anno.

Vento in poppa

Un altro “giocatore” di rilievo entra nella partita delle rinnovabili insieme ad Amazon e, per quanto la cosa possa sorprendere, si tratta di Shell. D’altra parte in molti sostengono da anni che l’unica speranza per le rinnovabili è che queste diventino oggetto di investimento da parte delle aziende che hanno fatto la propria fortuna con i combustibili fossili. Insieme ad Amazon, Shell ha creato l’HKN Offshore Wind Project, ovvero uno dei più grandi parchi eolici d’Europa e il più ambizioso progetto di Amazon sulle rinnovabili. Dovrebbe essere pronto entro il 2024 ed essere in grado di fornire elettricità a un’area pari all’intera Olanda. Sarà costruito interamente da privati, senza sussidi statali e Amazon ne possederà il 50%, che userà per alimentare le sue sedi europee. Questo potrebbe e dovrebbe aprire un dibattito serio sulla responsabilità della costruzione delle infrastrutture, dal momento che dal loro utilizzo possono dipendere settori fondamentali della società e quindi la loro proprietà può condizionare notevolmente la vita dei popoli e dei paesi che ne fruiscono. Se si tratti di un esempio virtuoso o preoccupante è forse ancora presto per dirlo, ma senza dubbio si tratta di un’operazione che tutto il mondo starà a guardare con il fiato sospeso.

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Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

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