Il riconoscimento facciale approda nel retail: rischio privacy?
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Il riconoscimento facciale approda nel retail: rischio privacy?

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Scritto da Angela

Avete usato FaceApp per mostrarvi invecchiati (o ringiovaniti) ai vostri amici? Complimenti! Avete contribuito al perfezionamento di avanzatissimi algoritmi di riconoscimento facciale, grazie ai quali è ormai semplicissimo, per le intelligenze artificiali, identificare gli individui. E se pensavate che questa tecnologia sarebbe rimasta sotto il vostro controllo, utilizzabile solo con il vostro consenso, tramite la fotocamera del vostro smartphone, vi sbagliate. I primi esperimenti di riconoscimento facciale nella vita reale sono già in corso e, se doveste fare un viaggio in Australia, potreste iniziare a sperimentarne gli effetti fin da subito.

Telecamere per il riconoscimento facciale negli schermi promozionali: l’esperimento in Australia

La popolare catena di grandi magazzini Westfield, in Australia, ha fatto inserire centinaia di videocamere semi-nascoste nei pannelli pubblicitari digitali dei propri punti vendita. Chiaramente non è detto (o non è previsto) che le fotocamere identifichino i singoli individui per nome e cognome: il loro scopo è determinarne il sesso, l’età, ma anche l’umore e la reazione emotiva di fronte alla promozione presentata sullo schermo – cosa che l’analisi delle espressioni facciali permette di fare agevolmente. In base a questi dati, ogni schermo potrà mostrare all’utente che lo guarda esattamente il tipo di promozione che gli è più gradita e che quindi ha più possibilità di convertirsi in un acquisto.

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Margini di efficacia

Se state pensando che questo tipo di tecnologia sia fantascientifica e che ci vogliano ancora secoli perché le macchine sviluppino la capacità di leggerci nel pensiero, vi sbagliate. Certo, l’accuratezza della “lettura” dei dati demografici è superiore a quella degli umori e dei sentimenti (90% sul genere di appartenenza e possibilità di indovinare l’età con un margine d’errore di 5 anni), ma anche l’identificazione dello stato d’animo, ricondotto a una gamma limitata di opzioni che vanno da “molto infelice” a “molto felice” si attesta su un rispettabilissimo 80%. E possiamo dire che questa tecnologia sia a uno stadio ancora poco più che embrionale.

Altri usi delle tecnologie di riconoscimento facciale

Fin qui abbiamo descritto utilizzi delle tecnologie di riconoscimento facciale (FRT) che non collegano le immagini a database preesistenti e non identificano i singoli individui, ma si limitano a collocare i soggetti all’interno di categorie demografiche per scopi commerciali. In molti paesi, tuttavia (la Cina, naturalmente, è stata fra i primi a sperimentare in questo settore), l’identificazione elettronica degli individui è già implementata per fornire alcuni servizi. Dai bancomat ai negozi “cashless”, per gli utenti è sufficiente collocare la propria faccia davanti a una fotocamera, per ottenere il servizio e completare la transazione. D’altra parte, questo tipo di tecnologie sono già in uso in molti aeroporti, dove sono le macchine a confermare l’identità fra il passeggero e il documento presentato. Alcune delle aziende che sviluppano questa tecnologia, soprattutto ai fini di utilizzo in ambito di operazioni di polizia, sostengono che gli algoritmi riescano a identificare un soggetto a partire da una foto anche meglio degli operatori umani e che siano perfino più efficaci delle impronte digitali. Se improvvisamente i tatuaggi facciali dei trapper vi sembrano molto più desiderabili e più utili per mantenere la privacy, non siete i soli.

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Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

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