Gli utenti sono stanchi degli algoritmi. Alcune piattaforme li eliminano
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Gli utenti sono stanchi degli algoritmi. Alcune piattaforme li eliminano

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Scritto da admin

Gli algoritmi fanno ormai parte della nostra vita. Per alcuni di noi – diciamo per le generazioni dai millennial in su – la parola “algoritmo” aveva fatto una brevissima comparsa nei programmi di matematica della scuola superiore, per poi non essere mai più letta né sentita – e tantomeno pronunciata – fino alla prima decade del ventunesimo secolo. Senza nemmeno accorgercene, abbiamo familiarizzato con questi set di istruzioni matematiche che, onnipresenti, regolano una gran parte delle nostre attività, soprattutto online. Siamo dunque destinati a sottomettere ogni nostro comportamento alla loro analisi ogni volta che utilizziamo un social? Non è detto. Gli utenti hanno espresso in più occasioni insofferenza per gli algoritmi che cercano di prevedere i loro desideri e selezionano per loro i contenuti delle piattaforme online. Per questo alcuni servizi hanno iniziato a eliminarli.

Gli algoritmi sanno tutto di noi

Pensa a quello che vedi quando cerchi un prodotto su Amazon: nella pagina del prodotto troverai altri oggetti simili che gli acquirenti precedenti hanno comprato, ma anche una lista di prodotti affini determinati in base ad altri criteri (per esempio libri dello stesso autore, cosmetici della stessa marca e così via). L’algoritmo seleziona l’enorme quantità di opzioni disponibili sullo store in base al profilo del cliente e alle caratteristiche del prodotto. Negli ultimi anni, dominare questo meccanismo è diventato un elemento strategico essenziale nel posizionamento di qualsiasi prodotto sugli store online, il che ha portato alla crescita esponenziale dell’importanza dei big data e, secondariamente, all’acceso dibattito sull’acquisizione indiscriminata dei dati dei consumatori da parte delle aziende e sulla legittimità del loro uso. Adesso, comprensibilmente, sta crescendo il numero dei consumatori che guardano con fastidio e diffidenza agli algoritmi e al modo in cui questi tentano di prevedere e pilotare le azioni del pubblico. Per questo motivo le pubblicità personalizzate godono di sempre meno favore.

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Le piattaforme senza algoritmi

Per venire incontro al gusto del pubblico, alcune aziende hanno ricominciato ad affidare la propria offerta alla scoperta casuale da parte del consumatore. Al momento, fra le aziende che hanno fatto questa scelta, si distinguono quelle che promuovono prodotti culturali, come Stack Radio, che ha rinunciato agli algoritmi sul tipo di quelli usati da Spotify e Netflix, per riportare la scoperta della musica a quell’elemento di magia e casualità che ricorda i tempi delle vecchie radio. A rendere affascinante questo tipo di scelta dal punto di vista dei consumatori ci sono diversi elementi. Da un lato c’è un certo sollievo, dovuto al fatto di non sentirsi più analizzati e controllati dagli algoritmi: si sperimenta un certo senso di libertà nel sapere che le proprie scelte online non siano particolarmente significative e che ciò che visualizziamo o acquistiamo oggi non influenzerà ciò che ci verrà proposto domani. Soprattutto dopo i tanti scandali come quello di Cambridge Analytica, questo fatto esercita un appeal non indifferente. C’è poi anche il semplice piacere della scoperta, l’idea che ci si possa trovare di fronte a qualcosa di nuovo, di inaspettato e, per una volta, di non “personalizzato”. Come sempre, l’esotico attrae più del familiare. Non stupisce, quindi, che in un mondo in cui tutto è fatto “su misura” risulti esotico ciò che è scelto a caso e che potrebbe, per esempio, non incontrare il nostro gusto.

La diversità fa bene al progresso

Non bisogna amplificare il fenomeno al di là delle sue reali proporzioni: per ora l’abbandono degli algoritmi è un fenomeno di nicchia. La stragrande maggioranza delle aziende e degli store online continuerà a usare i big data, perché è indubbio che questi massimizzino il guadagno. Quello di cui alcuni iniziano a rendersi conto, tuttavia, è che tendono a comprimere e ridurre la diversità, il che rende molto più difficile l’emergere di innovazioni autentiche e, quindi, finisce per far stagnare il mercato.

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